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La comunicazione e l' intersoggettività


Lo sviluppo della comunicazione e lo sviluppo dell’intersoggettività: un processo indivisibile:

Attualmente si ritiene che lo sviluppo dell’intersoggettività, a partire dai suoi correlati comportamentali più elementari, sia un processo primario (teoria dell’attaccamento), quindi un bisogno proprio del bambino, slegato dagli altri bisogni primari. Già alla nascita il cervello è maggiormente ricettivo per stimoli “sociali”, ossia la voce della mamma, il viso umano, il sorriso. Da questa disposizione innata, e dall’altrettanto “naturale” bisogno di accudimento nasce un rapporto reciproco, fatto di sguardi, di gesti, di parole. All’interno di questo rapporto il bambino e la mamma imparano a gestire reciprocamente ed a “riempire” gli spazi lasciati vuoti dall’altro: il bambino impara e dà significato al turno, uno degli elementi più semplici dell’interazione. Ovviamente non si tratta di un compito a due, ma di un imparare il significato del sé e dell’altro all’interno di un processo interattivo.
Il Disturbo specifico delle competenze di tipo sociale nell’Autismo può spiegare, da solo, gran parte delle manifestazioni comportamentali osservate.
Si citano in particolare due teorie che si propongono di spiegare la centralità e la natura di questo Disturbo:
La teoria affettiva presuppone l’esistenza di un’innata incapacità di interagire emozionalmente con l’altro, che, secondo una reazione a cascata, porterebbe all’incapacità di imparare a riconoscere gli stati mentali degli altri, al deficit della cognizione sociale, al deficit del linguaggio, alla compromissione dei processi di simbolizzazione.
Secondo la teoria cognitiva esisterebbe un modulo cognitivo, presente già alla nascita, ma che si affina nel tempo, in rapporto al quale il bambino riuscirebbe a sistematizzare in schemi di conoscenza le esperienze emozionali e relazionali, che risulterebbe compromesso nell’Autismo.
La manifestazione del Disturbo dell’interazione sociale può avvenire in modi molto diversi, a tal proposito Lorna Wing (Wing e Attwood, 1987) ha identificato tre tipologie di comportamento sociale all’interno della popolazione autistica:
ritirato, che corrisponde all’immagine di autismo più diffusa e comprende i soggetti che sono maggiormente isolati. Possono agitarsi se vengono avvicinati e di solito rifiutano contatti fisici o sociali non richiesti, anche se a volte amano i giochi basti sul contatto fisico e sul movimento. L’isolamento sociale è particolarmente marcato nei confronti dei coetanei, meno evidente con persone conosciute, specie i genitori;
passivo, corrispondente a bambini ed adulti che non fanno approcci sociali spontanei, se non per ottenere una risposta ai loro bisogni, ma accettano gli approcci degli altri senza protestare, e anche con qualche lieve manifestazione di divertimento;
attivo ma bizzarro, questo gruppo comprende persone che stabiliscono spontaneamente degli approcci con gli altri, ma in modo bizzarro, ingenuo ed egocentrico. Cercano di soddisfare i loro specifici, circoscritti interessi, parlando ad altri. Gli approcci attivi possono essere persistenti, a volte accompagnati da contatto fisico inappropriato, possono risultare sgradevoli e stressanti.
Tali tipologie possono susseguirsi in periodi di sviluppo diverso della stessa persona, probabilmente in relazione alle esperienze vissute, pertanto appare possibile cercare di influenzare il cambiamento nella direzione di un migliore adattamento sociale.
La centralità del Disturbo delle competenze sociali è sottolineata anche dagli studi sui metodi d’intervento. Attualmente la ricerca in questo campo risulta più florida, anche in contesti storicamente di stampo cognitivo-comportamentale, e i primi risultati mostrano che un buon intervento sui correlati dell’interazione sociale è quello che maggiormente favorisce lo sviluppo della comunicazione e del linguaggio.

 


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